«Le statistiche sulle morti sul lavoro che periodicamente ci vengono trasmesse sono fasulle»: dice il senatore della Lega Nord Roberto Castelli, sottosegretario alle Infrastrutture. E ritiene giunto il momento per «un'operazione verità ». Castelli sostiene la sua accusa con il paradosso per cui «soltanto in Italia si contano come morti sul lavoro, al fine di poter dare benefici assicurativi da parte dell'Inail, anche le morti che avvengono per incidenti stradali capitati mentre si va al lavoro o mentre si torna a casa dopo il lavoro. Morti che evidentemente nulla hanno a che vedere con la sicurezza in fabbrica». Ma forse Castelli non legge i giornali e non segue le notizie che ogni giorno raccontano incidenti nei cantieri, nelle fabbriche, nei campi. Non sulla strada. E proprio per questa sua disinformazione può dire che «se estrapoliamo gli incidenti che avvengono in agricoltura e in edilizia, vedremo che in Italia la sicurezza delle aziende manifatturiere è ai migliori livelli europei».
Ora basta. Ora è iniziata la guerra ai poveri. E l'ha cominciata Alemanno progettando un provvedimento «anti-rovistaggio» nei cassonetti. Certo fa schifo a vedersi ed è vero che i romani sono abituati da qualche anno a queste scene, ma dietro questa scena che fa schifo c'è la realtà che paventava ieri Sant'Egidio.
«Attento Alemanno - ha detto il portavoce della comunità Mario Marazziti - . Se non si potrà più rovistare nei cassonetti, come ha annunciato il sindaco di Roma, mi auguro si trovi comunque il modo di offrire da mangiare a chi non ne ha». Maroni le aveva definite ordinanze creative, si stanno rivelando ordinanze contro la povertà. «Capisco la giusta preoccupazione per la tutela della salute e dell'igiene delle persone - avverte don Ciotti - ma chi rovista nei cassonetti per mangiare deve avere opportunità per vivere». «Ho visto anziani ed insospettabili aspettare la chiusura del mercato per racimolare qualcosa negli scarti. C'è gente che non ce la fa e non è solo il popolo della strada. È giusto - continua il prete che ha fondato il Gruppo Abele - avere attenzione per la salute. Nei cassonetti, infatti, c'è di tutto. Ma vanno anche create le opportunità per una condizione di vita dignitosa, come ad esempio le mense, oggi insufficienti. Bisogna creare politiche ed interventi di sostegno per chi è in difficoltà».
L'Italia è di gran lunga il Paese europeo dove si muore di più sul lavoro, quasi il doppio della Francia, il 30% in più rispetto a Germania e Spagna. Si muore di più sul lavoro o sulle strade che non ammazzati da un colpo di pistola o da una coltellata. Le vittime sul lavoro sono quasi il doppio degli assassinati e i decessi sulle strade otto volte più degli omicidi. A lanciare l'allarme è il Censis, Centro studi investimenti sociali. "Tuttavia, gran parte dell'attenzione pubblica si concentra sui fenomeni di criminalità".
Se negli ultimi 11 anni, gli omicidi sono diminuiti di un terzo (da 1.042 casi nel 1995, a 663 nel 2006), nei cantieri e sui posti di lavoro l'anno scorso sono morti 1.170 operai di cui quasi la metà in infortuni "stradali", nel tragitto casa-lavoro o travolti mentre lavoravano in strada. Se si escludono i cosiddetti infortuni "in itinere" o comunque avvenuti in strada, non rilevati in modo omogeneo da tutti i Paesi europei, si contano 918 casi in Italia, 678 in Germania, 662 in Spagna, 593 in Francia (in questo caso il confronto è riferito al 2005).
Confrontando degli omicidi con i morti per incidenti stradali, il Censis ha calcolato che i decessi in auto sono otto volte gli omicidi. Nel 2006, in Italia i decessi sulle strade sono stati 5.669, più che in Paesi anche più popolosi del nostro: Regno Unito (3.297), Francia (4.709) e Germania (5.091).
Tuttavia, "gran parte dell'impegno politico degli ultimi mesi è stato assorbito dall'obiettivo di garantire la sicurezza dei cittadini", ha detto Giuseppe Roma, direttore generale del Censis. "Risalta in maniera evidente - ha proseguito Roma - la sfasatura tra pericoli reali e interventi concreti per fronteggiarli. Il luogo di lavoro e la strada mancano ancora di presidi efficaci per garantire la piena sicurezza dei cittadini, e spesso si pensa che perdere la vita in un incidente stradale sia una fatalità. I dati degli altri Paesi europei dimostrano che non è così".
Tratto da Repubblica, 5-Agosto-2008.
Il mondo è cambiato in fretta e oggi sta provocando un vero disastro generazionale. I giovani dovrebbero essere, per definizione, quelli più aperti alla sfida del futuro, più disponibili a rischiare. Chi è a contatto con loro non ha difficoltà ad accorgersi che molti sono invece quelli impauriti dall’avvenire, senza sogni da realizzare, senza speranze da esaudire. Troppo illusori gli uni, troppo pericolose le altre. Meglio il rifugio di impiego modesto, purché sicuro. E così si distrugge la parte migliore di un giovane: l’amore per la libertà, una libertà che va cercata anche nella precarietà.
Proprio questa è la parola che terrorizza: le precarietà è vissuta come un’aggressione alla propria identità. Prima ancora di essere un problema di natura economica, l’idea negativa del lavoro precario è il frutto di una mentalità vecchia, che scambia la sicurezza del posto per una garanzia contro le insidie del futuro, che accetta di barattare la libertà per un impiego fisso. È un modo di pensare che lentamente e inesorabilmente ha formato le nuove generazioni, è il modo di pensare del socialismo.
Questo e' un pezzo di un articolo di un certo Stefano Zecchi che ho trovato in rete, dove elogia la precarieta' lavorativa in quanto espressione dell'amore per la liberta'. Ecco lavorare un mese si ed un no, con una misera paga, fare i salti mortali per giungere alla quarta settimana sono il prezzo da pagare all'amore per la liberta'. In nome della liberta' stanno calpestando la dignita' delle persone, il rispetto reciproco, la speranza, usano parole un tempo rivoluzionarie [ liberta': mai altra parola e' stata piu' abusata] per imporre esattamente il contrario attraverso leggi, mode e pensieri ufficiali, con aria surreale ci dicono che la guerra e' pace, la liberta' e' precarieta', due piu' due fa' cinque, e cosi' via, in puro stile orwelliano, Parole, soltanto parole, che estendono il mondo dei poveri ad un mondo di poveri.